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Uno studio pubblicato una decina di giorni fa sul Journal of Sexual Medicine sostiene che l’omofobia presenti alcuni dei tratti ritenuti determinanti per definire le malattie psichiatriche.

I conduttori della ricerca hanno preso a campione 551 studenti universitari e ne hanno misurato l’omofobia secondo parametri quali i meccanismi di difesa e quelli di attacco nella vita quotidiana ed eventuali sintomi psicopatologici (legati cioè ai disturbi mentali); il risultato ha messo in luce come all’interno del ristretto campione analizzato i “sintomi” dell’omofobia fossero sempre associati a psicosi o a meccanismi di difesa immaturi rispetto all’età dei soggetti. È ancora troppo presto per saltare a delle conclusioni dato il campione ristretto e non variegato preso in analisi, ma sembra proprio che i primissimi risultati rispecchino esattamente ciò che i ricercatori si attendevano dallo studio.

Il dottor Emmanuele Jannini, docente di endocrinologia e sessuologi medica all’Università di Roma Tor Vergata, sostiene di aver intrapreso lo studio per dimostrare come una malattia mentale diagnosticabile possa spiegare perché le persone sono omofobe e, di conseguenza, poter classificare l’omofobia stessa tra i disturbi mentali in modo di permettere a chi ne è affetto di ricevere l’adeguato supporto psicologico e psichiatrico.  In un suo studio del 2010, il dottor Jannini scriveva: «L’omofobia non è ancora considerata una malattia anche se, visti i recenti casi analizzati, potrebbe probabilmente comparire nella prossima edizione del DSM (il manuale diagnostico utilizzato da psicologi e psichiatri) in quanto è un disturbo che presenta tratti tipicamente psicopatologici oltre che fobici». Lo studio corrente mira quindi a dimostrare che la proposta avanzata in passato aveva basi empiriche a sua riprova; i risultati, infatti, attestano che la presenza di specifiche caratteristiche psicopatologiche è predittiva dello sviluppo dell’omofobia.

D’altro canto, invece, il professor Gregory M. Herek – docente di psicologia all’Università della California che ha studiato il pregiudizio contro le persone LGBT per decenni e che non è coinvolto negli studi in oggetto – sostiene che trattare l’omofobia come malattia mentale sia il modo sbagliato di combatterla, in quanto non si tartta di un disturbo individuale ma sociale e avvalla la sua tesi con la seguente affermazione: «L’approccio alla malattia mentale è molto psicologico, dato che è in grossa parte nella testa del malato; si suggerisce infatti un metodo di cura molto individualistico: far seguire al paziente un percorso di terapia. Quando si giunge al pregiudizio, invece, si tratta di rendersi conto che deriva dall’aver assimilato le norme della società come proprie regole morali quindi l’unico modo per provare a cambiare l’atteggiamento delle persone è cambiare prima le norme sociali. Non è una cosa solo dentro la testa del paziente, quindi non può essere curata con la semplice diagnosi di malattia mentale».

Fonte: Techinsider

~Jeka~

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