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Non ci sono statistiche accurate ma si stima che al giorno d’oggi circa il 5% della popolazione giapponese faccia parta delle minoranze legate all’orientamento sessuale; tuttavia in Giappone non è ancora del tutto chiara la differenza tra omosessualità (o altri orientamenti sessuali) e la disforia di genere. Il secolo scorso in Giappone è trascorso all’insegna del diritto alla vita ovvero, come recita l’articolo 25 della Costituzione giapponese, «tutte le persone hanno diritto a mantenere un livello minimo di vita materiale e culturale» mentre il ventunesimo secolo sembra procedere all’insegna del “diritto all’orientamento sessuale” e quindi ad una progressiva accettazione delle minoranze.

Il Giappone, però, ha riscontri storici molto positivi nei confronti dell’omosessualità – soprattutto maschile – risalenti all’epoca Meiji (1868-1912) come testimoniato dal libro Vita Sexualis di Mori Ōgai che racconta degli amori tra studenti universitari nei dormitori maschili. In epoca moderna, invece, l’argomento è stato affrontato principalmente dopo la “questione dell’ostello” avvenuta nel 1990 a Fuchū, Tokyo, e che ha come protagonista il Gruppo di Lesbiche e Gay in movimento (OCCURS). L’OCCURS, infatti, alloggiava spesso all’ostello (pubblico) della gioventù di Fuchū durante gli incontri ma, una volta rivelato ai gestori dell’immobile lo scopo della società – ovvero un gruppo di riflessione sui diritti umani degli omosessuali – i membri del gruppo hanno dovuto affrontare commenti omofobi dagli altri ospiti dell’ostello e un secco rifiuto da parte dello stesso di ospitarli nuovamente adducendo come motivazione le camere non miste (divise quindi in base al sesso degli ospiti) e, di conseguenza, la possibilità da parte di gay e/o lesbiche di avere delle relazioni sessuali che sarebbero state un pessimo esempio per il resto dei ragazzi nella camerata. OCCURS, di fronte a questa forma di discriminazione, ha portato la questione in tribunale, ottenendo una sentenza a loro favore nel 1994 dal tribunale distrettuale sulla base del dovere di comportarsi ugualmente nei confronti di tutti i cittadini e, quindi, di non operare discriminazioni in base all’orientamento sessuale così come in base al sesso o alla razza.

I gestori dell’ostello, indignati, hanno portato avanti la causa ricorrendo alla Corte d’Appello che, però, nel 1997 ha ribadito la correttezza della decisione presa 3 anni prima dal Tribunale Distrettuale di Tokyo, ribadendo che è un dovere delle autorità esecutive prestare attenzione alle minoranze, omosessuali inclusi e che è inaccettabile dover giustificare il proprio modo di essere per l’ignoranza altrui. A riprova della decisione presa, la “questione dell’ostello” è ora inserita tra i programmi scolastici obbligatori.

Il problema della disforia di genere invece è molto più recente anche se viene riconosciuta sempre più di frequente; il primo caso di cambio sesso a far scalpore è stato quello di Torai Masae, diventata donna negli Stati Uniti nel 1988. La prima pietra miliare a riguardo è stata una ricerca pubblicata nel luglio 1996 dall’Università di medicina di Saitama che per la prima volta ha parlato di disforia di genere definendola, però, “sindrome transessuale” e stabilendo che l’operazione per il cambio sesso fosse un trattamento adatto alla “cura” della sindrome. L’anno successivo la Società giapponese di Psicologia e Neuropsichiatria per la prima volta formula dei principi diagnostici adatti a riconoscere la disforia di genere e nel 2003 viene promulgata una legge che consente il cambio sesso all’anagrafe a persone che soddisfino i seguenti requisiti: la maggiore età (in Giappone 20 anni), non essere sposati ed avere la diagnosi di un medico che attesti la disforia di genere.

Nonostante la percezione dell’omosessualità abbia iniziato ad espandersi in Giappone fin dai primi anni 70 con la diffusione di riviste a tematica (come Barazoku, la tribù delle rose) l’unione in matrimonio tra persone dello stesso sesso rimane comunque una questione spinosa; a Shibuya, Tokyo, nell’Aprile 2005 sono state infatti riconosciuti ufficialmente i matrimoni omosessuali ma il dibattito rimane aperto a causa dell’articolo 24 della Costituzione giapponese che sostiene che «il matrimonio si fonda unicamente sul consenso di entrambi i sessi» anche se i giuristi pro unioni omosessuali stanno lavorando per dimostrare che tale articolo aveva come unico intento quello di porre fine alla tradizione dei matrimoni combinati e assicurarsi che entrambi gli sposi fossero consenzienti, indipendentemente dal fatto che siano essi un uomo e una donna, due donne o due uomini.

~Jeka~

Fonte: nippon.com

La foto ritrae Ichinose Ayaka e Sugimori Akane il giorno del loro matrimonio a Tokyo (19 Aprile 2015).

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