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Come alcun* di voi avranno potuto notare sulla pagina, ho una leggera fissazione per la Parigi lesbica di inizio novecento ed in particolare amo follemente il personaggio di Renée Vivien, così come le sue opere.
In Italia, purtroppo, quest’autrice non è molto conosciuta, poiché se ne è scritto veramente poco e anche perché la maggior parte di questi testi è fuori produzione.

Perciò troviamo, oltre al saggio che andremo ad analizzare oggi:
-“Cenere e Polvere” poesie di Renée Vivien a cura di e tradotte da Teresa Campi
-“Donna m’apparve” romanzo di Renée Vivien tradotto da Teresa Campi
-“La passione secondo Renée Vivien” saggio romanzato di Maria Mercé Marçal (tradotto da: Brunella Servidei)
-“Une femme m’apparut” che non è altro che la versione originale in francese di “Donna m’apparve”, con un breve saggio introduttivo a cura di Patrizia Lo Verde

Oltre a questi testi, di Renée ho letto anche in due biografie dedicate a Natalie Clifford Barney (che fu l’amore della sua vita),
ovvero in “Portrait d’une seductrice” di Jean Chalon e “The amazon of the letters” di George Wickes, che, se masticate un po’ di inglese e francese, vi consiglio assolutamente di leggere.

Di Renée quindi conosco praticamente vita, morte e miracoli a memoria, nonostante questo cerco di leggere sempre di più su di lei, perché ogni biografia può contenere anche solo un dettaglio o un particolare in più rispetto ad un’altra.

Ed è quello che per me è successo con il testo di Teresa Campi. In generale, l’autrice ripercorre interamente la vita di Renée Vivien (il cui vero nome fu Pauline Tarn), fornendo un quadro chiaro e completo della sua breve esistenza, riportando testimonianze e citazioni di persone a lei care e raccontando aneddoti che non conoscevo e che mi hanno emozionata molto.

Tuttavia nel lavoro della Campi c’è stato qualcosa che mi ha davvero infastidita. Si sa, quando il proprio idolo viene demonizzato o in generale accusato per il suo stile di vita, l’ammiratore in questione ci resta sempre un po’ male. Ma c’è dell’altro che può essere fatto al nostro personaggio preferito, qualcosa di ancora peggiore: lo psicanalizzarlo. In generale mi viene difficile sopportare quei libri in cui il biografo si cimenta psicanalista ed analizza in dettaglio la vita, il comportamento e le manie di una celebrità, tirandone fuori sentenze che prende per vere ed assolute (riconosco però che per alcuni questo possa risultare un lavoro apprezzabile). Comprendo perfettamente, nel caso dell’analisi della poetica di un autore, quanto sia importante ed inevitabile fare riferimento al suo vissuto, tuttavia, a mio parere, con Pauline Tarn la Campi esagera un po’. Inoltre, essendo con questo saggio negli anni 80, ecco spuntare classici pregiudizi sull’omosessualità femminile.

Così leggiamo, a pag. 36:

“Come Edgar Allan Poe che nella sua vita s’invaghiva sempre di donne minacciate da misteriose malattie, ripercorrendo così l’atroce assillo della morte della madre tisica che lo scrittore univa al suo risveglio dei sensi, così Pauline Mary Tarn, con la morte della sua amica Violette, conosciuta all’epoca della sua scoperta omosessuale, ritornerà alle antiche ferite dell’abbandono (della morte) del padre da un lato, e del tradimento dell’oggetto amato (la madre) che si risposerà“.

E ancora, a pag. 61:

“L’ambivalenza nei confronti della donna, ritornerà, sotto altre simbologie, nella scelta dell’oggetto amato: Pauline non può fare a meno di riconquistare l’amore materno perduto attraverso quello di un’altra donna che però mantiene le stesse qualità della madre. Dev’essere bella ma respingente, desiderabile e al tempo stesso crudele”.

L’analisi psicologica continua un po’ per tutto il libro, per poi concludere a pag 97 con un secco ed incisivo:

“Sarebbe possibile – nel suo caso – configurare una patologia di tipo schizoide”.

Renée Vivien, colpita e affondata!

Ho ancora i nervi a fior di pelle per quello che ho letto, proprio non riesco a tollerarlo. Mi piacerebbe sapere cosa pensate voi in merito all’analisi psicologica nelle biografie, quindi commentate questo post ed illuminatemi: potrei essere anche io ad esagerare!

Continuando con la recensione, nella seconda parte del libro troviamo un’interessante analisi della poetica di Pauline: lo schema metrico, la musicalità dei versi, la motivazione della scelta del tempo imperfetto, il mito dell’androgino ecc.
Questa parte è curata davvero molto bene e l’ho apprezzata in particolare per il meticoloso compito di indagine e ricerca, così come riconosco la perizia e precisione della Campi dietro allo studio di ogni singola parola utilizzata dalla poetessa. Non avevo letto mai nulla che andasse a riflettere così profondamente sui testi di Renée Vivien, perciò mi inchino di fronte a questo immane lavoro.

Nella terza parte del libro, invece, troviamo una vasta selezione di poesie di Pauline, tutte tradotte dalla Campi. Nonostante non condivida diverse scelte di traduzione (in generale preferisco sempre una traduzione più letterale e fedele, quando si tratta di testi poetici), le poesie risultano sempre e comunque profonde ed emozionanti, uniche nel loro genere.

Il saggio della Campi è, in generale, un buon testo per approcciarsi a Renée Vivien, anche se, a mio parere, va preso un po’ per le pinze per la sua eccessiva critica psicanalitica. Il mio voto è di 4 su 5, anche se per i nervi che mi ha provocato sono stata tentata di dargli un 3!

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-Paola Cissnei-

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