Freeheld – Amore, giustizia, uguaglianza

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locandinapg1Freeheld – Amore, giustizia, uguaglianza. Negli ultimi mesi non si è parlato d’altro e la scorsa settimana è finalmente approdato anche nelle sale italiane; un film completamente diverso da Io e lei, che abbiamo visto ad Ottobre, sicuramente più drammatico ed emotivamente impegnativo rispetto alla “commedia all’italiana” della Tognazzi. Nonostante la tematica sicuramente più pesante e meno frivola, rimango comunque sconcertata nel leggere che Freeheld nel primo weekend di distribuzione in Italia ha incassato meno di un terzo rispetto ad Io e Lei.

La storia, che ci viene riproposta sotto forma di film, è la reale lotta per la parità dei diritti della detective Laurel Hester, riluttate nel dichiararsi lesbica per via di passate esperienze di discriminazione sul lavoro e non. Laurel, infatti, una volta scoperto di avere un tumore al quarto stadio richiede che la sua compagna, Stacie Andree, possa beneficiare della reversione pensionistica prevista per i coniugi degli impiegati statali, presentando la sua domanda ai freeheld del consiglio di Orange County. Peter Sollet è riuscito perfettamente a far penetrare il messaggio che la stessa lotta nella vita reale aveva probabilmente trasmesso ai cittadini dell’epoca, un messaggio d’amore e dolore al tempo stesso, la ricerca di una giustizia che sia davvero uguale per tutti e che tenga conto del rapporto che lega due persone dello stesso sesso valutandolo sullo stesso piano di quello di una coppia eterosessuale.

Nonostante il messaggio importante ed emotivamente coinvolgente si notano alcune incongruenze nella costruzione dei personaggi, tra cui spicca in particolar modo il reverendo ebreo gay, una specie di personificazione dei maggiori stereotipi sugli omosessuali che “facendo teatrino” – come lo stesso collega di Laurel definisce il suo attivismo – vuole far diventare la storia Hester/Andree un caso mediatico solo per attirare l’attenzione sul suo scopo (i matrimoni gay), che però non coincide con quello della protagonista. A livello recitativo, invece, ho trovato molto incisive sia Ellen Page nel ruolo di Stacie che Julianne Moore, anche se nel ruolo di Laurel le si può forse rimproverare minor pathos ed empatia per il personaggio rispetto ad Alice in Still Alice. Forse un po’ impacciato Michael Shannon nel ruolo di Dane Wells anche se, più che diventare un punto a sfavore, lo rende addirittura più credibile nella difficile decisione di sostenere la sua partner lavorativa in una lotta che tutti reputano immorale.

Nel complesso, nonostante alcune volte la sceneggiatura prenda una piega locandinaleggermente scontata perché tipica di tutte quelle opere che trattano di diritti civili e malattie terminali, l’insieme risulta bilanciato, non ci sono elementi che spiccano troppo sovrastando tutti gli altri, (quasi) tutto si amalgama in modo armonioso e non si sfrutta la malattia ma la fiducia nel sistema legislativo del proprio paese per spingere i giudici a votare a favore della richiesta di Laurel. Un film che sicuramente risulta essere più utile e d’impatto in un paese arretrato sul tema com’è l’Italia rispetto invece all’America, dove il 26 Giugno di quest’anno è stato sancito il diritto al matrimonio per qualsiasi cittadino, omosessuali inclusi, e che mi auguro sarà un buon punto di partenza per smuovere le persone poco informate sul tema e spingerle a pensare e a crearsi un’opinione a riguardo.

Freeheld è quindi un film che spicca principalmente per il messaggio che trasmette e che mette leggermente in secondo piano la realizzazione artistica, anche se il cast contribuisce nettamente alla buona riuscita del progetto grazie all’interpretazione realistica e attenta dei personaggi; sicuramente il film non riporta passo passo la storia vera ma, d’altronde, non si riuscirebbe più a catturare l’attenzione del pubblico se si facesse così. Ottima anche la scelta di inserire una piccola photogallery al termine del film con le foto reali di Laurel e Stacie, così da stemperare un po’ l’atmosfera mostrando l’amore che le univa.

La mia valutazione è di 8.5/10, mi ritengo piuttosto soddisfatta e, nonostante le recensioni negative lette in questi giorni, posso dire di averlo davvero apprezzato.

~Jeka~

Io e lei – Il film di Maria Sole Tognazzi

IO&leiIo e lei, il nuovo film di Maria Sole Tognazzi nelle sale la scorsa settimana, ha suscitato opinioni discordanti tra chi lo attendeva con impazienza e si è precipitato al cinema per vederlo. La trama, piuttosto semplice e poco articolata, ricalca un po’ quella dell’ormai noto I ragazzi stanno bene (2010, Lisa Cholodenko) e vede come protagoniste Marina, attrice e imprenditrice che sa da sempre di essere lesbica (interpretata da Sabrina Ferilli) e Federica, architetto che dopo il divorzio dall’ex marito si trova a vivere la sua prima relazione omosessuale (interpretata da Margherita Buy).

Per essere un film di realizzazione italiana, la Tognazzi ha saputo limitare gli stereotipi e i luoghi comuni al minimo, trattando con una certa dose di ironia quelli che ha scelto di mantenere, rendendoli così innocui e divertenti sia agli occhi di un pubblico che non conosce la realtà omosessuale, sia dal punto di vista di chi invece la vive tutti i giorni sulla propria pelle. Tuttavia la scelta delle attrici non è stata la più azzeccata di sempre dato che sia la Ferilli che la Buy non hanno saputo, a parer mio, recitare con naturalezza il ruolo a loro assegnato, dando così l’impressione di sentirsi un po’ a disagio nei panni di due donne lesbiche che devono confrontarsi con loro stesse e con il mondo. Apprezzabile, invece, è la ricerca di mettere a nudo le fragilità, i dubbi e le debolezze ma anche i momenti di gioia e di amore nella quotidianità di una coppia omosessuale che si rivela essere perfettamente uguale ad una eterosessuale.

Voto assolutamente positivo, quindi, per lo sforzo da parte della regista di costruire qualcosa che fosse vicino alla realtà, inclusa la necessità di risolvere i propri problemi interiori nel confrontarsi con una crescita personale inaspettata e destabilizzante; un po’ meno positivo, invece, il parere strettamente tecnico sulla regia e la fotografia del film che ho trovato piuttosto banali e povere. La fotografia in particolar modo risulta pressoché inesistente, i “luoghi” del film sono pochi e le inquadrature oltre a non valorizzarli al meglio non si differenziano molto una dall’altra, sempre se non sono direttamente sempre uguali (come si nota nell’inquadratura del tavolo del salotto in casa di Marina e Federica). Un film un tantino sopravvalutato, che forse ha trascurato un po’ gli aspetti della realizzazione facendosi forte del fatto che la tematica trattata fosse insolita per il cinema italiano.

~Jeka~

L’omofobia è una malattia?

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Uno studio pubblicato una decina di giorni fa sul Journal of Sexual Medicine sostiene che l’omofobia presenti alcuni dei tratti ritenuti determinanti per definire le malattie psichiatriche.

I conduttori della ricerca hanno preso a campione 551 studenti universitari e ne hanno misurato l’omofobia secondo parametri quali i meccanismi di difesa e quelli di attacco nella vita quotidiana ed eventuali sintomi psicopatologici (legati cioè ai disturbi mentali); il risultato ha messo in luce come all’interno del ristretto campione analizzato i “sintomi” dell’omofobia fossero sempre associati a psicosi o a meccanismi di difesa immaturi rispetto all’età dei soggetti. È ancora troppo presto per saltare a delle conclusioni dato il campione ristretto e non variegato preso in analisi, ma sembra proprio che i primissimi risultati rispecchino esattamente ciò che i ricercatori si attendevano dallo studio.

Il dottor Emmanuele Jannini, docente di endocrinologia e sessuologi medica all’Università di Roma Tor Vergata, sostiene di aver intrapreso lo studio per dimostrare come una malattia mentale diagnosticabile possa spiegare perché le persone sono omofobe e, di conseguenza, poter classificare l’omofobia stessa tra i disturbi mentali in modo di permettere a chi ne è affetto di ricevere l’adeguato supporto psicologico e psichiatrico.  In un suo studio del 2010, il dottor Jannini scriveva: «L’omofobia non è ancora considerata una malattia anche se, visti i recenti casi analizzati, potrebbe probabilmente comparire nella prossima edizione del DSM (il manuale diagnostico utilizzato da psicologi e psichiatri) in quanto è un disturbo che presenta tratti tipicamente psicopatologici oltre che fobici». Lo studio corrente mira quindi a dimostrare che la proposta avanzata in passato aveva basi empiriche a sua riprova; i risultati, infatti, attestano che la presenza di specifiche caratteristiche psicopatologiche è predittiva dello sviluppo dell’omofobia.

D’altro canto, invece, il professor Gregory M. Herek – docente di psicologia all’Università della California che ha studiato il pregiudizio contro le persone LGBT per decenni e che non è coinvolto negli studi in oggetto – sostiene che trattare l’omofobia come malattia mentale sia il modo sbagliato di combatterla, in quanto non si tartta di un disturbo individuale ma sociale e avvalla la sua tesi con la seguente affermazione: «L’approccio alla malattia mentale è molto psicologico, dato che è in grossa parte nella testa del malato; si suggerisce infatti un metodo di cura molto individualistico: far seguire al paziente un percorso di terapia. Quando si giunge al pregiudizio, invece, si tratta di rendersi conto che deriva dall’aver assimilato le norme della società come proprie regole morali quindi l’unico modo per provare a cambiare l’atteggiamento delle persone è cambiare prima le norme sociali. Non è una cosa solo dentro la testa del paziente, quindi non può essere curata con la semplice diagnosi di malattia mentale».

Fonte: Techinsider

~Jeka~

Dhee, primo fumetto lesbico in Bangladesh

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Qualche settimana fa, ad un incontro organizzato nell’ambasciata della Gran Bretagna a Dacca, Bangladesh, è stato presentato il primissimo fumetto lesbico bengalese: Dhee.

flash-card-Dhee-7A presentare l’opera era presente Boys of Bangladesh la più grande società per la difesa dei diritti gay del Paese e Mehnaz Khan, uno dei 4 autori del fumetto, ha così spiegato la volontà di fare qualcosa di davvero alternativo: «Con Dhee, parola che in bengalese significa saggezza o intelligenza, volevamo cambiare la percezione che si ha delle persone LGBT, perché dovremmo essere liberi di scegliere chi amare, si tratta di far passare un messaggio universale».

Dhee è stato pensato per essere distribuito esclusivamente ai seminari relativi ai diritti degli omosessuali e altri convegni a tematica, anche se – nonostante la cospicua partecipazione alla presentazione – l’attivista Khushi Kabir si augura che presto attività come questa possano essere tenute al di fuori dell’ambasciata di un altro paese, perché nessuno vuol vivere la propria vita tenendosi nascosto.

dhee4Dhee, oltre che titolo del fumetto, è anche il nome della protagonista, “un’eroina” lesbica alla scoperta della sua sessualità che, dopo essersi innamorata di una donna, si sente sopraffatta dalle pressioni della società e chiede aiuto ai lettori su come comportarsi: considerare l’idea del suicidio, sposare un uomo solo per rendere felice la sua famiglia, fuggire dal Paese o restare e seguire il proprio cuore.

Una storia come quella di Dhee dimostra grande coraggio in un Paese come il Bangladesh, dove il 90% della popolazione è musulmano e l’omosessualità viene severamente punita con pene come la prigione o anni di lavori forzati. Tuttavia anche in un Paese così conservatore ci sono piccole aperture che fanno ben sperare, come le prime pride marches, corrispondente più “tranquillo” e meno appariscente dei gay pride e la pubblicazione un anno fa della prima rivista a tematica LGBT, che ha riscontrato molta meno opposizione del previsto.

Fonte: AlJazheera

~Jeka~

Le coppie lesbiche non vogliono figli?

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Così come  nel bel mezzo degli anni ì’80 negli Stati Uniti, in Canada, in Australia e in Gran Bretagna  si sono formate delle associazioni di “non-genitori” volte a sottolineare il fatto di essere childfree (volontariamente liberi da figli) e non childless (privi di figli), negli ultimi anni sempre più donne – soprattutto lesbiche – hanno la tendenza a non voler diventare madri. Uno studio dell’INED (Institut national d’études démographiques – Istituto nazionale per gli studi demografici) mette infatti in luce che in Germania il 30% delle donne in età fertile non procrea, e che in Francia il 4,3% delle donne sceglie di non avere figli durante la propria vita. È anche sulla base di questi studi che nel 2007 negli Stati Uniti è stato realizzato il National Survey of Family Growth (Sondaggio Nazionale sulla crescita della famiglia), dal quale emerge che il 59% delle donne lesbiche non si augurano di avere figli.

La rivista sulla quale è stato pubblicato l’articolo originale in lingua francese, Jeanne, ha deciso di raccogliere le testimonianze di 13 coppie lesbiche che rivendicano la loro “non-maternità”; vediamone alcune qui di seguito.

Justine & Laura  rispettivamente 24 e 27 anni – dicono «Se il desiderio di avere un figlio non è forte in una di noi quanto lo è nell’altra non deve diventare una necessità assoluta nel nostro rapporto di coppia; che sia oggi o tra vent’anni. Siamo una coppia di donne senza figli ed è prima di tutto una nostra scelta di vita.»

Laurence & Claire – 45 e 48 anni –

Altruista, riservata e sensibile una, allegra e perseverante l’altra fanno coppia da ormai vent’anni, si sposeranno il prossimo anno, e ormai già da qualche anno sanno che non avranno figli; le due donne dicono «Non abbiamo deciso di non avere figli, le circostanze e l’evoluzione delle nostre vite ci hanno permesso di giungere a questa conclusione. […] Vista la società al giorno d’oggi non vogliamo avere un figlio senza potergli garantire tutta la felicità e la sicurezza che merita», portando come ulteriore spiegazione alla loro scelta l’impossibilità di garantire la giusta sicurezza finanziaria di cui avrebbe bisogno e, quindi, il non voler essere egoiste.

Ludivine & Virginie – 28 e 36 anni –

Le due donne sono sposate da due anni ma stanno insieme ormai da sette; all’inizio della loro relazione credevano che la voglia di avere figli sarebbe arrivata col tempo ma ad oggi non ne sentono né il bisogno né la voglia e, nonostante discutano spesso della possibilità di diventare madri, sostengono che i contro superino sempre di gran lunga i pro! Ludivine, però, sostiene che «non è una scelta legata al fatto di essere lesbiche o non esserlo, quanto piuttosto il non voler rinunciare alla propria libertà, probabilmente superiore a quella di altre coppie» dato che, essendo lesbiche, non sono inquadrate nel «classico stereotipo della coppia etero con figli, ed è quindi più facile evitare di cedere alle pressioni esterne […] anche se è certo che il fatto di essere lesbiche ci costringe ad una riflessione ancora più attenta, dato che il cammino affinché il bambino possa essere riconosciuto anche dalla seconda madre è ancora molto difficile».

Emmanuelle & Céline – 29 anni

Emmanuelle, fidanzata con Céline da 3 anni, sostiene invece di non essersi mai immaginata madre, è un ruolo che non fa per lei a causa delle troppe responsabilità che richiede. Inoltre, sicuramente l’età e l’incontro con la sua attuale compagna – che condivide con lei lo stesso punto di vista – hanno contribuito a radicare ancor di più in lei l’idea di non voler avere un figlio e ad accentuare quindi la volontà di «preservare la coppia, che non sarebbe più la stessa con un bambino».

Sono quindi davvero tanto diverse le motivazioni che spingono una donna lesbica a non voler diventare madre da quelle che muovono una donna etero nella stessa scelta? Si può davvero fare una distinzione in questo ambito a partire dall’orientamento sessuale o è solo una coincidenza dato che il campione intervistato era in buona parte omosessuale?

Fonte: Jeanne Magazine

Fonte della foto di copertina: When Sally met Sally

~Jeka~

Recensione di “Skim”, di Mariko e Jillian Tamaki

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Toronto, Canada, inizio anni Novanta. Skim è una liceale come tante: non particolarmente carina né popolare, appassionata di cultura gotica e wicca, confusa. Mentre la sua scuola è sconvolta dal suicidio di un ragazzo, Skim si trova coinvolta in una delicata relazione sentimentale omosessuale con l’insegnante di inglese e a stringere un’inattesa amicizia con la reginetta della scuola, la fidanzata del giovane suicida.

Pubblicato dalla milanese Edizioni BD, Skim è la graphic novel con cui hanno debuttato le cugine Jillian e Mariko Tamaki che si sono occupate rispettivamente delle illustrazioni e del testo.

Skim1La graphic novel si sviluppa a partire dal punto di vista della protagonista, Kimberly Keiko Cameron – conosciuta da tutti come Skim, un soprannome derivato dalla fusione del suo nome e del termine slim, magro in inglese, che non la rispecchia affatto – e racconta la sua vita quotidiana, a volte anche attraverso pagine del suo stesso diario che permettono al lettore di addentrarsi a fondo nei sentimenti della giovane liceale. Skim, infatti, in un periodo complicato e di cambiamento come l’adolescenza si trova a dover affrontare situazioni spesso ingestibili, come l’isolamento dovuto al fatto di essere etichettata come “strana” a causa della sua passione per la Wicca e del suo stile gotico ma, soprattutto, il suicidio del fidanzato di una compagna di classe, un’amicizia durata una vita che, però, sta andando a rotoli e l’infatuazione per una donna: la sua insegnante di arte e letteratura.

Skim 2Il disegno, interamente realizzato a pennello, riesce ad essere delicato e incisivo al tempo stesso, anche grazie al sapientemente studiato contrasto tra bianco e nero. I corpi sono ben proporzionati e fortemente caratterizzati, soprattutto nei volti estremamente espressivi, a volte quasi al limite del grottesco, che ad una prima occhiata possono sembrare addirittura sgraziati e in contrasto con gli sfondi molto più dettagliati e tradizionali nello stile. Il contrasto tra sfondo ed esseri umani porta chi legge a focalizzare la propria attenzione soprattutto su ciò che accade, sono le autrici stesse a guidare il nostro sguardo attraverso un utilizzo intelligente delle “didascalie” – frasi prese dal diario di Skim – che non sono inserite in un baloon o, come di consueto, in un quadrato, ma vengono “lasciate libere” di fluire sulla pagina integrandosi con lo sfondo nei momenti in cui è importante notarlo. Il rapporto sfondo-personaggi cambia invece completamente nelle splash pages, dove il contrasto quasi svanisce lasciando il posto ad un’inaspettata armonia che le rende particolarmente piacevoli.

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Trama e disegno sono perfettamente bilanciati, le ombre e le sfumature ci accompagnano e cambiano col mutare dei sentimenti della protagonista, facendosi più scure e accentuate via via che la vita della protagonista si complica e ritornando poi ad essere più chiare e leggere quando Skim trova una soluzione ai suoi problemi. Una storia che si potrebbe definire coming of age dato che vede come protagonisti dei sedicenni, ma che non si rivela banale come molte altre sulla stessa linea.

VALUTAZIONI

Disegni: 9/10

Trama: 8/10

Presenza lesbica: 8/10

Globale: 8,5/10

Link alla graphic novel nella nostra libreria virtuale

~Jeka~

La società giapponese e il popolo LGBT

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Non ci sono statistiche accurate ma si stima che al giorno d’oggi circa il 5% della popolazione giapponese faccia parta delle minoranze legate all’orientamento sessuale; tuttavia in Giappone non è ancora del tutto chiara la differenza tra omosessualità (o altri orientamenti sessuali) e la disforia di genere. Il secolo scorso in Giappone è trascorso all’insegna del diritto alla vita ovvero, come recita l’articolo 25 della Costituzione giapponese, «tutte le persone hanno diritto a mantenere un livello minimo di vita materiale e culturale» mentre il ventunesimo secolo sembra procedere all’insegna del “diritto all’orientamento sessuale” e quindi ad una progressiva accettazione delle minoranze.

Il Giappone, però, ha riscontri storici molto positivi nei confronti dell’omosessualità – soprattutto maschile – risalenti all’epoca Meiji (1868-1912) come testimoniato dal libro Vita Sexualis di Mori Ōgai che racconta degli amori tra studenti universitari nei dormitori maschili. In epoca moderna, invece, l’argomento è stato affrontato principalmente dopo la “questione dell’ostello” avvenuta nel 1990 a Fuchū, Tokyo, e che ha come protagonista il Gruppo di Lesbiche e Gay in movimento (OCCURS). L’OCCURS, infatti, alloggiava spesso all’ostello (pubblico) della gioventù di Fuchū durante gli incontri ma, una volta rivelato ai gestori dell’immobile lo scopo della società – ovvero un gruppo di riflessione sui diritti umani degli omosessuali – i membri del gruppo hanno dovuto affrontare commenti omofobi dagli altri ospiti dell’ostello e un secco rifiuto da parte dello stesso di ospitarli nuovamente adducendo come motivazione le camere non miste (divise quindi in base al sesso degli ospiti) e, di conseguenza, la possibilità da parte di gay e/o lesbiche di avere delle relazioni sessuali che sarebbero state un pessimo esempio per il resto dei ragazzi nella camerata. OCCURS, di fronte a questa forma di discriminazione, ha portato la questione in tribunale, ottenendo una sentenza a loro favore nel 1994 dal tribunale distrettuale sulla base del dovere di comportarsi ugualmente nei confronti di tutti i cittadini e, quindi, di non operare discriminazioni in base all’orientamento sessuale così come in base al sesso o alla razza.

I gestori dell’ostello, indignati, hanno portato avanti la causa ricorrendo alla Corte d’Appello che, però, nel 1997 ha ribadito la correttezza della decisione presa 3 anni prima dal Tribunale Distrettuale di Tokyo, ribadendo che è un dovere delle autorità esecutive prestare attenzione alle minoranze, omosessuali inclusi e che è inaccettabile dover giustificare il proprio modo di essere per l’ignoranza altrui. A riprova della decisione presa, la “questione dell’ostello” è ora inserita tra i programmi scolastici obbligatori.

Il problema della disforia di genere invece è molto più recente anche se viene riconosciuta sempre più di frequente; il primo caso di cambio sesso a far scalpore è stato quello di Torai Masae, diventata donna negli Stati Uniti nel 1988. La prima pietra miliare a riguardo è stata una ricerca pubblicata nel luglio 1996 dall’Università di medicina di Saitama che per la prima volta ha parlato di disforia di genere definendola, però, “sindrome transessuale” e stabilendo che l’operazione per il cambio sesso fosse un trattamento adatto alla “cura” della sindrome. L’anno successivo la Società giapponese di Psicologia e Neuropsichiatria per la prima volta formula dei principi diagnostici adatti a riconoscere la disforia di genere e nel 2003 viene promulgata una legge che consente il cambio sesso all’anagrafe a persone che soddisfino i seguenti requisiti: la maggiore età (in Giappone 20 anni), non essere sposati ed avere la diagnosi di un medico che attesti la disforia di genere.

Nonostante la percezione dell’omosessualità abbia iniziato ad espandersi in Giappone fin dai primi anni 70 con la diffusione di riviste a tematica (come Barazoku, la tribù delle rose) l’unione in matrimonio tra persone dello stesso sesso rimane comunque una questione spinosa; a Shibuya, Tokyo, nell’Aprile 2005 sono state infatti riconosciuti ufficialmente i matrimoni omosessuali ma il dibattito rimane aperto a causa dell’articolo 24 della Costituzione giapponese che sostiene che «il matrimonio si fonda unicamente sul consenso di entrambi i sessi» anche se i giuristi pro unioni omosessuali stanno lavorando per dimostrare che tale articolo aveva come unico intento quello di porre fine alla tradizione dei matrimoni combinati e assicurarsi che entrambi gli sposi fossero consenzienti, indipendentemente dal fatto che siano essi un uomo e una donna, due donne o due uomini.

~Jeka~

Fonte: nippon.com

La foto ritrae Ichinose Ayaka e Sugimori Akane il giorno del loro matrimonio a Tokyo (19 Aprile 2015).

Recensione di “Sabotaggio d’amore”, di Amélie Nothomb

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Per la storia la Seconda guerra mondiale è finita, con i suoi vincitori e i suoi vinti, ma per una banda di ragazzini, figli di diplomatici stranieri a Pechino all’inizio degli anni Settanta, il conflitto è stato concluso in modo affrettato. Con una conferenza al vertice decidono che bisogna rifare tutto, possibilmente allargando le alleanze ai bambini di tutte le nazionalità. Inizia così uno scontro surreale che impegna e allieta i loro giochi fra inseguimenti, lotte e inenarrabili torture. Su questo sfondo si muove la protagonista di Sabotaggio d’amore, una bimba di sette anni precocissima, presa fra una sorprendente consapevolezza, le corse in bicicletta e la scoperta del primo perturbante amore. Con una scrittura pungente e corrosiva, la colta e ironica Amélie Nothomb opera il suo sabotaggio ai danni dei buoni sentimenti e posa il suo sguardo tagliente sui temi eterni dell’amore, dell’amicizia, dell’odio e della guerra.

Sabotaggio d’amore, uno dei primi romanzi scritti dall’autrice belga narra, con forte vena autobiografica, della vita della piccola Amélie nel ghetto cinese di San Li Tun dove i ventilatori dominano su una Cina che la protagonista ritiene inferiore al Giappone – paese da cui è appena emigrata con i suoi genitori – e il “cavallo” non è più solo ciò che le permette di spostarsi ma anche « un luogo unico dove è possibile perdere ogni ormeggio, ogni pensiero, ogni coscienza, ogni nozione di futuro, per essere solo uno slancio, una vela spiegata». È proprio sullo sfondo di questa Cina dall’atmosfera un po’ surreale che prende vita una vera e propria “guerra mondiale” tra i bambini costretti a vivere nel ghetto.

L’Amélie di 7 anni si ritiene il centro del mondo e questo, naturalmente, influisce molto sia sul suo modo di vedere la realtà circostante che sulla trama stessa del romanzo che sembra ruotare interamente attorno a lei fino a quando appare Elena, una bambina italo-indiana dalla bellezza sconvolgente, della quale la protagonista si innamora sin dal primo istante al punto tale da spostare su di lei il privilegio di essere il centro dell’universo. Con l’arrivo di Elena il carattere fino a quel momento forte e ben delineato di Amélie inizia a vacillare sotto lo sguardo crudele e disinteressato della nuova ospite del ghetto, in un conflitto puramente psicologico ma così ben costruito da lasciar intravvedere delle tattiche di conquista molto simili a quelle usate nella guerra fisica tra i bambini del ghetto, dimostrando chiaramente quanto la protagonista viva con tumulto la scoperta di un sentimento così inaspettato.

Nonostante la trama sia costruita attorno a due “guerre” il ritmo della narrazione è spesso poco coinvolgente, a tratti così lento da risultare pesante, senza particolari momenti di tensione che ravvivino il racconto così come il linguaggio che, soprattutto nelle parti dedicate al monologo interiore di Amélie, risulta fin troppo ricercato e ostentatamente colto in relazione all’età del personaggio, dando vita ad un contrasto stridente tra l’irruenza e l’irriverenza delle azioni di una bimba di soli 7 anni e un lessico troppo studiato e adulto.

La componente psicologica, invece, è fondamentale ai fini della comprensione del romanzo e della trama stessa, quasi come se fosse il motore del doppio esilio (rispetto ai propri paesi d’origine e anche rispetto alla Cina stessa) che porta poi al piacere per le sofferenze altrui manifestato sia da Elena nei confronti di Amélie che da quest’ultima e dai suoi Alleati nella continuazione delle ostilità verso i tedeschi iniziate più di trent’anni prima dagli adulti con la Seconda Guerra Mondiale. Oltre alla crudeltà un ruolo molto importante è giocato anche dall’orgoglio e dalla fierezza, carattere fondamentale per più di metà della narrazione, a cui però la protagonista si dimostra disposta a rinunciare fino ad arrivare a sabotarsi pur di ottenere un briciolo d’amore da chi, invece, non ha nessuna intenzione di amare.

Un romanzo quindi molto interessante a livello di tematica e caratterizzazione psicologica dei due personaggi principali ma, a parer mio, un po’ troppo lento e con scarsi sviluppi a livello di trama, che sicuramente non consiglierei a chi si approccia per la prima volta alla produzione letteraria della Nothomb in quanto lo stile risulta davvero molto diverso rispetto a pubblicazioni più recenti che risultano essere più accattivanti e coinvolgenti. Un’opera adatta a chi ama vedere “dall’interno” i meccanismi che muovono la psiche dei bambini fino a renderli crudeli e a chi non si lascia spaventare dal contrasto provocato dall’amore che nasce come sensazione assolutamente positiva per poi arrivare ad essere addirittura distruttiva in alcuni casi.

Stile e scorrevolezza del testo: 6/10

Trama: 6/10

Edizione: 6.5/10

Presenza lesbica: 7/10

Globale: 6/10

Link al libro nella nostra libreria virtuale

~Jeka~

Recensione di “Che ti sia lieve la terra”, di Camilla de Concini

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Che la terra ti sia lieve. Non ti sembra strano che queste parole vengano usate come epitaffio sulla tomba di chi muore?” sussurrò Nina. “No, … che ti sia lieve la terra, che non ti pesi quando ti seppelliamo, che non ti intrappoli in questo mondo, ma ti permetta comunque di lasciarlo, di partire…” “Si, forse hai ragione, per me però queste parole hanno un sapore di vita, come a dire che il tuo passaggio sulla terra sia lieve….” Olivia, Irena, Nur, e Nina, quattro figure femminili che ci raccontano del presente e di memorie lontane sospese tra l’Italia, i Balcani e il Libano. Le loro storie si alternano e si intrecciano, si rincorrono lungo il bordo orientale del mar mediterraneo, tessendo una trama che unisce l’Occidente al Medio oriente.

Si sa, leggere è un po’ come viaggiare. Ed è un lungo viaggio quello che si intraprende con la lettura di Che ti sia lieve la terra e che ha il sapore intenso dei luoghi in cui vivono, soffrono e amano le quattro protagoniste di questa storia. Ambientato tra l’Italia, i paesi Balcani ed il Libano, il romanzo narra le vite di quattro donne tutte molto diverse tra loro, sia per età che per carattere, ma le cui esistenze si intrecciano a tal punto da seguire tutte un unico filo conduttore.

E sarà proprio lo scoprire il legame che unisce costoro a lasciare il lettore non solo sorpreso, ma anche fortemente colpito ed emozionato da tale rivelazione. Dopo un inizio un po’ lento, infatti, ci si ritrova catapultati nel vortice degli eventi che coinvolge le quattro protagoniste, trovandocisi talmente coinvolti da riuscire perfettamente a comprendere i loro pensieri e a provare le loro stesse emozioni e sensazioni.

E così, scorrendo le pagine, il lettore riceve informazioni, curiosità e ricordi sulle loro vite che, tassello dopo tassello, si compongono perfettamente in un puzzle complesso ma perfettamente riuscito, fino ad arrivare ad un finale toccante e commovente, quasi da film.

Lo stile di scrittura di Camilla de Concini è semplice e scorrevole e riesce, senza far uso di espressioni ridondanti, a rappresentare perfettamente situazioni e conflitti interiori. Unica nota di demerito sono dei refusi di punteggiatura che mi è capitato di trovare nel formato ebook, quali, ad esempio, la mancanza di virgole in più punti.

Consiglio questo libro agli amanti degli intrecci familiari, ma non solo. Che ti sia lieve la terra può essere, inoltre, un valido romanzo da viaggio, soprattutto per tenerci compagnia in questi ultimi sprazzi d’estate.

 

VALUTAZIONI

Stile e scorrevolezza del testo: 8/10

Trama: 8/10

Presenza lesbica: 7,5/10

Globale: 8/10

Il libro è facilmente reperibile e potete trovarlo in tutte le librerie e bookstore online.

Link al libro nella nostra libreria virtuale

 

-Paola-

 

 

Recensione di “#ioquestamelasposo”, di Agata Baronello

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Metti una donna. Che cerca un’altra donna. Metti tanta voglia di amare, di essere amate, di essere scelte, volute, sentite, cercate. La smania di essere in coppia, di dire noi, di raccontarsi. Poi metti un’app. Che crea incontri, che misura la vicinanza, accorcia la distanza, minimizza le differenze, esalta la vanità. Un marchingegno infernale a portata di mano, da scaricare sullo smartphone. Una donna + un’app = tante donne. Discinte, ordinate, timide, spavalde, pudiche, maliziose. Donne in quantità come non ci si crede, come non se ne vedono neanche nei locali, donne come al supermercato. Ci sono e non sono. Solo Ciao o km di parole. Ci vediamo, non ci vedremo mai.

#ioquestamelasposo è la cronaca vera di due anni di chat. Due anni di vita di una professionista semigiovane e dei suoi goffi tentativi di trovare una compagna – la compagna. Ventiquattro mesi alla ricerca dell’“Amore”. Settecentotrenta giorni di speranze, di sesso a perdere, di mani, occhi e labbra che non si ricordano, di disastri annunciati, conquiste inattese e fallimenti straordinariamente ben riusciti.

Agata Baronello con #ioquestamelasposo – pubblicato da VandA ePuplishing – ha aperto la strada ad un nuovo genere letterario che Massimo Scotti ha definito webnovel o chatromance; questo romanzo, infatti, è principalmente una raccolta di esperienze e di conversazioni con persone conosciute su un famosissimo social network per lesbiche, che l’autrice ha rinominato Grace.

Il romanzo riflette alla perfezione ciò che si trova su piattaforme come Grace, dove l’autrice si è iscritta sotto lo “pseudonimo” di Annemarie, in onore della Schwarzenbach, incontrando così persone più o meno mature e interessanti, single, fidanzate, sposate, etero curiose e lesbiche disperate ma, soprattutto, persone spesso un po’ pazze, scostanti, appiccicose o completamente diverse da quello che potevano sembrare finché c’era uno schermo a dividerle.

Lo stile scorrevole, ironico, vivace e divertente rende #ioquestamelasposo una lettura frizzante e leggera, perfetta anche in spiaggia sotto l’ombrellone. Interessante il modo di usare l’ironia, spesso arma a doppio taglio che permette ad Annemarie di farsi una prima impressione sulle ragazze con cui sta conversando e di decidere se vale la pena incontrarle oppure no. Un libro che racconta le lesbiche della “generazione Grace” in tutta la loro umanità, con le loro paure e le loro ossessioni, nel loro essere reali e alla ricerca di un amore difficile da trovare; un casting lungo 24 mesi che, alla fine, prende una piega del tutto inaspettata.

Chi conosce il mondo di Grace riconoscerà tra le ragazze con cui ha avuto a che fare Annemarie persone simili a quelle con cui ha conversato, chi invece non lo conosce ne avrà una panoramica realistica, nonostante su quel social network ci si trovi anche molto di peggio! Un libro consigliato a chi ha voglia di una boccata d’aria, di una lettura giovane e assolutamente non impegnativa, che farà passare la vostra giornata piacevolmente e in un batter d’occhio.

VALUTAZIONI

Stile e scorrevolezza del testo: 9/10

Trama: 8/10

Presenza lesbica: 10/10

Globale: 8.5/10

#ioquestamelasposo è reperibile solo in versione eBook sui principali store!

Link al libro nella nostra libreria virtuale

~Jeka~